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 Le Comunità Terapeutiche 

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Le residenze Lighea sono concepite come uno spazio-casa per 8/10 ospiti ciascuna. Si trovano nel centro cittadino, in appartamenti in condomini a stretto contatto con le altre famiglie, gli uffici, i negozi, all’interno di un tessuto urbano ricco di stimoli. La nostra è una scelta in netta contrapposizione al pregiudizio di allontanamento ed esclusione del “diverso”.

L’assistenza interna alle unità residenziali è assicurata da operatori socio sanitari che si alternano nell’arco delle 24 ore, in modo da assicurare la presenza diurna e notturna. L’operatore ha il compito di organizzare la vita comunitaria ed è in grado di assicurare assistenza in situazioni di malessere o di leggera crisi. Durante le 24 ore è sempre reperibile un medico per eventuali situazioni di emergenza. L’insorgere di stati di crisi comporta il ricovero presso il reparto psichiatrico, con il rientro nella struttura una volta superata la fase acuta.

Tutti gli ospiti vengono progressivamente coinvolti nella gestione attiva della casa, con la suddivisione dei compiti che vanno dalla preparazione dei pasti agli acquisti, dalla cura degli effetti personali al riordino della cucina. Una volta a settimana si svolge una riunione di gruppo, con la presenza di due terapeuti dell’équipe curante, per discutere le dinamiche interne e organizzare la vita comunitaria. Gli psichiatri dell’équipe seguono i pazienti con colloqui periodici e si occupano del controllo farmacologico. I pazienti hanno colloqui regolari anche con gli psicologi Lighea e continuano a usufruire dei servizi sanitari esterni (medico di base, esami clinici, ecc.).

Il nostro metodo di intervento si oppone alla logica della normalizzazione rapida attraverso la soppressione dei sintomi, per dare invece spazio a un lavoro terapeutico profondo che punta a strappare il paziente al suo isolamento e a restituirlo, per quanto possibile, alla vita sociale e relazionale. Gli ospiti delle nostre case trovano un ambiente accogliente, uno spazio in cui il sostegno terapeutico e le diverse figure che compongono l’équipe offrono protezione dalle angosce e dai fantasmi distruttivi, un luogo interessato da un intenso scambio di relazioni sociali che li sottraggono alla solitudine e all’emarginazione, naturali compagne della malattia.

Gli ospiti vengono coinvolti in ritmi di vita il più possibile “regolari”: un orario per alzarsi, la cura della propria persona, dei propri effetti personali, piccoli doveri quotidiani imposti dalla vita in comune, l’uscita dalle mura domestiche a orari precisi per assolvere gli impegni stabiliti, il tempo libero da dedicare ad attività ricreative, i pasti consumati insieme. Tutto questo agisce nella direzione di “dare ordine”. Dare ordine a un tempo vuoto attraverso la costruzione di una giornata scandita da diverse mansioni, di una settimana con i suoi ritmi e i suoi riti; dare ordine al flusso caotico di sollecitazioni cui il paziente è sottoposto mediante il contatto con situazioni strutturate e l’individuazione di ruoli precisi; dare ordine alla confusione generata da modalità comunicative distorte e contraddittorie, cui vengono sostituiti messaggi diretti e chiari.

 

Inerzia e apatia sono le tradizionali compagne del disagio psichico: il futuro è morto, la malattia ha distrutto il desiderio, la capacità di progettare e di progettarsi. L’obiettivo è allora quello di risvegliare il paziente e di restituirlo, per quanto possibile, alla realtà sociale, al tempo storico, di farlo rinascere come soggetto attivo. Non si intende certo sottovalutare il potere mortifero della malattia, tuttavia, se curare non significa necessariamente guarire, è però possibile far sì che le crisi diventino più rade e meno devastanti, e insegnare al paziente a convivere con il suo disagio senza esserne sopraffatto.

Gli ospiti della comunità sono aiutati a costruire una prima trama di relazioni significative e a maturare la possibilità di nuove esperienze, premessa al futuro, auspicabile ritorno a vivere nella collettività. Secondo questa prospettiva, lo spazio comunitario funziona da punto di riferimento, ma senza indurre in loro una dipendenza troppo stretta, che li porti a escludere scelte esterne e a rinunciare alla ricerca di rapporti, forse più problematici, ma anche più emancipanti, con l’ambiente circostante.

L’unità residenziale offre la possibilità di impegnarsi in attività al suo interno, ma è sempre concepita come aperta, tappa intermedia attraverso la quale passa un processo generale di risocializzazione. Gli operatori attuano una strategia che comporta un progressivo sganciamento del paziente, in rapporto alla crescita della sua volontà di emancipazione e della sua capacità di indipendenza. La strategia di tutto l’intervento è orientata all’allentamento dei legami simbiotici e alla conquista di autonomia.

Il soggiorno in comunità ha come obiettivo ultimo quello di mettere il paziente in condizione di non lasciarsi schiacciare dal proprio disagio, ma di saperci convivere, controllandone gli aspetti più distruttivi e inibenti, non permettendo loro di impedire le esperienze sociali e relazionali.

vacanze. Durante l’estate vengono organizzati periodi di vacanza in strutture alberghiere di mare e/o montagna, o in agriturismo, dove i pazienti soggiornano accompagnati da operatori.

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